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| Enogastronomia e Turismo |
La cucina del sole
Terra di incontri e di (scontri) perché naturalmente collocata al Centro del Mediterraneo – appena 800 anni orsono ancora epicentro della storia e della vita del mondo allora sconosciuto – la Sicilia ha indubbiamente mutato buona parte della sua cultura (perché di cultura si tratta!) agro-alimentare da quel miscuglio di razze e di civiltà che ne hanno calcato il suolo, talvolta stabilmente, e ne hanno quindi permeato profondamente la vita. Ma altrettanto indubbiamente ha saputo fondere ed armonizzare le diverse culture agro-alimentari (e le relative coltivazioni a monte) dando ad esse un taglio tipicamente siciliano che ne esalta, nelle sue singolarità, la evidente mediterraneità. Sono ancora percettibili e riscontrabili – pur in una diffusa, in senso territoriale, omogeneità di prodotti, di sensazioni olfattive e papillari , di aromi, di gusti, di consumi – le tracce di prodotti e cucine di altri Paesi e Popoli . In Sicilia però, esse si sono amalgamate talmente bene da essere ormai noti ovunque come piatti tipici siciliani (il “ cuscus” trapanese ne è esempio succulento!). Circa mille anni fa un arabo Al Edrisi “cantò” la Sicilia, il suo sole, i suoi giardini; oggi i prodotti del sole, la cucina del sole, sono decantati, prima ancora che cantati.
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Trapani e la sua gastronomia: arte cultura e tradizioni |
Per la sua particolare posizione geografica, Trapani ha risentito, rispetto al resto dell’Isola, di numerose influenze straniere. Arte, cultura,linguaggio e – per quel che ci riguarda – gastronomia, conservano ancora oggi questi apporti. La dominazione araba, comunque, più di ogni altra ha lasciato indelebili tracce. A sua testimonianza ecco il “cuscus”, minuscole pallottoline di semola, “ ‘ ncucciata” dalle abili mani delle cuoche e cotte a vapore in una speciale pentola di terracotta smaltata. Il condimento – a differenza di quello ancora oggi usato nell’Africa settentrionale, a base legumi e carne ovina – qui è un raffinatissimo brodetto di pesce misto, di svariate qualità e scelto secondo un codice rigoroso. Altre opere della tradizionale manualità sono i “ frascatuli”, palline, di certo spessore, di semola impastata con tuorlo d’uovo, che si accompagnano oltre che al brodo di pesce a zuppe di broccoli e di verdure; il “ cuscuseddu”, tipo di cuscus meno finemente lavorato e non setacciato, che viene cotto nel brodetto di pesce; e i “gnocchitti”, finissimi semini, confezionati a mano con semola e con estrema pazienza, ottimi con i brodi di carne. Tra i primi piatti del trapanese emerge ora un classico la pasta con l’aragosta . Qui questo crostaceo – benchè raro e costoso – viene apprezzato ed ammannito in ogni maniera rispetto ad altre parti della Sicilia. Il sugo – che condirà la pasta – è fatto con pomodoro, aglio e cipolla cotti a salsa, e nella quale verrà poi tuffata l’aragosta già lessata e tagliata a pezzettini. Una ulteriore cottura, con restringimento dell’intingolo, darà un eccezionale sapore agli spaghetti cotti al dente . Benchè il pesce abbia qui la supremazia in cucina ( sia tra i primi piatti che come portata principale ), ecco affacciarsi alla ribalta due antiche e tipiche salse di estrazione vegetariana, per condire la pasta. L’una è chiamata “mataroccu” (nell’antico siciliano significava aggiunto di pietanza fatta di zucca ammaccata; ma ora di zucca non vi è traccia), dove giocano – a freddo – prezzemolo, aglio, pinolo, sedano, pomodori maturi, basilico, olio, sale e pepe (il tutto pestato nel mortaio, o frustato, o comunque ridotto a consistenza fluida e morbida). L’altra salsa – chiamata “pistu” – presenta certe somiglianze con il pesto alla genovese, per via del basilico, olio ed aglio pesti; ma ecco l’originalità: si aggiungono mandorle crude, ridotte a poltiglia, e pomodoro fresco. Per concludere (si fa per dire) la carrellata sui primi piatti, ricordo la pasta fatta in casa, nella cui varietà rientrano i “gnocculi” cavati a quattro dita ed i “busiati”, maccheroni attorcigliati con il buso che è il fusto dell’ampelodesmo, da cui il nome; e la la pasta con la bottarga, dal sapore forte, piccante e caratteristico. Il pesce la fa da padrone, come già detto nelle tavole del trapanese. Tra le tantissime ricette non mi rimane che scegliere le più antiche, le meno note, ed in ogni caso le più piacevoli. Così il raù di tunnu, trancio unico cotto allo stesso modo del ragù di carne; ed il cui sugo servirà ancora per condire pasta; gli scampi ricanati, un ideale modo di cuocere gli scampi al forno: oleati esternamente, cosparsi di un pizzico di sale ed abbondante origano, allineati in teglia, vengono passati in forno caldissimo per pochi minuti. Un altro emergente secondo piatto, ancora di pesce, e che a dell’eccezionale per gusto, profumo e presentazione, è il pesce al forno. Si tratta di farcire un grosso dentice, od orata o simile, con un impasto di cipolla trita, prezzemolo, capperi, filetti di acciughe salate, olio, pepe e pangrattato; farcia che peraltro dovrà non solo riempire il ventre, ma essere anche sistemata sopra e sotto il pesce al momento della sua sistemazione in teglia: il passaggio in forno – stavolta moderato – richiede una lenta cottura di 45-60 minuti secondo pezzatura. Tra le tante specialità della cucina trapanese, ancor prima di passare alle poche ricette a base di carne, non vanno dimenticate la rianata (pizza al pomodoro, acciughe, aglio, pecorino, origano); i broccoli in pastella; la rara quanto preziosa buttarica , la bottarga di uova di tonno (quando è fresca, rosea e morbida va condita con poco olio e servita a fettine) ; e l’afrodisiaco lattumi di tunnu, quel particolare “latte”, della consistenza della tuma, ricchissima di ormoni, col quale i tonni maschi fecondano le uova che man mano vengono depositate dalle femmine: a dadetti, panati e fritti, vanno consumati caldi. Il tonno a Trapani, negli stabilimenti ittici adiacenti alle tonnare dove viene inscatolato sott’olio o messo sotto sale, è utilizzato in ogni sua parte come “salatumi”. E’ conservato in salamoia il lattume e preparato l’uovo di tonno o bottarga, con il medesimo metodo vengono messi sotto sale e disseccati, ventre, cuore, polmoni, e budella mentre con pezzetti di tonno pressato viene confezionata la “ficazza” o “carrubbedda”, che guarnita di spezie acquista un gusto eccezionale. E per finire non posso dimenticare la cotoletta di mare, che si assaggia a Pantelleria: non è altro che una patella gigante, ancor viva e tremolante, che viene passata nell’uovo, panata e fritta. La cucina del trapanese non è ricca di piatti di carne. Ciò stante ecco alcuni secondi piatti di grande interesse. Cominciamo dagli ‘nvultina a trapanisia, involtini di tenera e magra carne di vitello,contenenti una farcia a base di pecorino grattuggiato,prezzemolo ed aglio triti,pangrattato, sale, ed un avaro goccio d’olio; vanno sistemati in teglia su un sottile letto di cipolla grattuggiata, ed appena prendono colore, si aggiunge abbondante salsa di pomodoro, e si fa cuocere per una quindicina di minuti (senza mai mescolare). Un classico della gastronomia trapanese è il falsomagro, un grosso pezzo di fesa nel quale si ricava una tasca entro la quale si sistema una farcia (gli ingredienti variano da casa a casa); quindi si rosola con cipolla, si spruzza vino e si finisce di cuocere – lungamente – con salsa di pomodoro. Infine voglio ricordare un semplice quanto gustosissimo piatto di pollame: la jaddrina cunsata, una gallina lessata alla quale occorrerà dare una “ concia” o “ cunsata” per ridarle sapore e vigore: questa non è altro che una salsa a freddo, fatta con foglioline di mentuccia spezzate, aglio e prezzemolo trito, olio, sale, pepe, aceto (o succo di limone). Frutta ed ortaggi, primizie e verdure, sono ormai patrimonio di tutta la Sicilia. Ma meritano menzione particolare i meloni gialli di Paceco, unici per gusto e resistenza (si conservano fino alla primavera, appesi in reticelle); le angurie di Alcamo; i capperi di Pantelleria (i migliori in senso assoluto : scegli i più piccoli) . I dolciumi regnano sovrani ovunque, splendono per l’occhio e per la gola: bisognerebbe trovarsi ad ogni festa locale e patronale, in ogni comune, per assaggiare le specialità tipiche. Così i pani speciali di ogni sorta per la Cena di S. Giuseppe (Salemi); pani con fiori rossi per la Festa dell’Ascensione (Vita); pani con le uova per Pasqua ( chiamati nelle diverse località con gli strani nomi di vaccareddi cu l’ova, ciciu, campanaru, etc.) quindi i viscotta o cavadduzzi di San Brasi, per la festa di San Biagio (Salemi); i mustazzola di Natali (Calatafimi); ed ancora i cucciddati natalizi ( eccelsi quelli di Casteldaccia) e l’elenco potrebbe continuare . Ma è facile – tutto l’anno – trovare splendide cassate siciliane e cannoli farciti con ricotta ( i trapanesi sono maestri nel saperla lavorare); le cassateddi di ricotta e quelle di ficu ( tipiche di Marsala ma si trovano ovunque); i bignè di cioccolata e panna ( eccezionali quelli di Mazara del Vallo); ed ancora biscotteria da forno di ogni tipo. Emergenti – meritano un discorso a parte – i bocconcini di Erice, pasticcini di pasta reale con l’anima di marmellata di cedro; e la cassata ericina diversa dalle altre, sempre per via del ripieno a base di cedrata. Andando per vini … ci vorrebbe un elenco, sostanzioso, per citarli tutti. E citarne una parte si farebbe torto agli altri. Vi dirò solo del Bianco Alcamo a , DOC, che producono una sessantina di Cantine Sociali e Cooperative; quindi del Moscato di Pantelleria, a DOC, nelle diverse versioni di quieto, spumante, demi-sec e dolce; ed infine dell’insuperabile, unico re dei vini ,il Marsala. Quali etichette comprare? L’esperto non ha bisogno di consigli, egli sa già; il neofita acquisti, scelga, selezioni le varie marche e ditte : pian piano si farà personale esperienza.
Fonte: Camera di Commercio I.A.A. di TRAPANI |
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| Il profumo del mare |
La tavolozza siciliana dei sapori è un arcobaleno che ha tratto la sua ispirazione dei quattro venti. Dai Greci e dagli Arabi, dagli Aragonesi e dei Catalani, dai Normanni e dagli Angioini e, per via dei commerci, dai genovesi. Dai Greci è venuta la tradizione del tonno e del pesce spada. Le cotolette del primo hanno bisogno dell’aglio e del rosmarino, ma anche del vino bianco secco, dell’olio e del limone e sembra proprio che questo tonno marinato sia quasi l’emblema della cucina al profumo del mare siciliano. E dai Greci è venuta la tradizione del pesce spada alla griglia; l’agghiotta, con i suoi pomodori, è ben più recente. Dagli Arabi è derivato il cuscus, anzi il cuscusu, che è a base di pesce nella versione siciliana, d’un inimitabile sapore e profumo. E dei Normanni le aringhe, il baccalà e lo stoccafisso, anzi piscistoccu, oggi quasi una preziosità. Gli Spagnoli hanno amalgamato ed impreziosito il tutto, introducendo l’agrodolce. E gli antichi, i primi abitatori, gli Elimi ed i Siculi ed i Sicani ? A loro il merito della scoperta dei frutti di mare e certamente di quei piatti impagabili all’aragosta che in quel di Marettimo trovano la sublimazione. L’esperienza e la inventiva, poi, hanno fatto in Sicilia del pesce in cucina una tra le colonne portanti della locale gastronomia. Dal più generico al particolare: dalla pasta alle sarde ai maccheroni con le sarde che è piatto tipico siciliano quanto la pasta con le aragoste, piatto riservato ai buongustai. Per restare in argomento la pasta con le acciughe e quella al sugo di seppie, una esperienza da assaporare con attenzione; le sarde a beccafico e le acciughe al finocchio, e la grigliata mista ed il fritto saporoso e profumato, la storia, la lunga storia del mare che avvolge, non sempre proteggendola, l’Isola, con le sue tradizioni e le sue fatiche.
Fonte: Camera di Commercio I.A.A. di TRAPANI |
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| Da Caltanissetta a Ragusa |
Caltanissetta Cucina rustica, dai sapori forti e intensi come la terra che per essa fornisce la materia prima: in tutti i ristoranti e le trattorie del territorio nisseno i viaggiatori potranno gustare i saporite e le ricette di una cucina antica e robusta, che affonda le proprie radici nella cultura dei contadini che da sempre vivono qui. Provate i “cavateddi”,semplicissima pasta di farina di frumento impastata con acqua, conditi con il sugo di pomodoro, con verdure, legumi freschi o funghi di “ferla” (questi ultimi si gustano anche in umido o arrosto). Assaggiate le “fuate”,sorta di pizza spessa, con l’unico condimento d’un po’di pomodoro, cipolla e acciuga, e il “maccu”,la caratteristica purea di fave, da insaporire con un filo d’olio extravergine. Proseguite con le carni tradizionali, semplicemente cotte alla brace per mantenere il loro gusto e sapore, e concludete con i dolci, magari un po’ di torrone e l’ottimo amaro che viene prodotto proprio tra gli altipiani solfiferi. Il tutto si innaffia con il buon vino delle campagne intorno a Vallelunga e a Riesi e si accompagna con il gustoso pane rustico che viene prodotto in tutti i paesi della provincia.
I Sapori del Barocco Un viaggio nella provincia di Ragusa seguendo un itinerario enogastronomico alla scoperta di gusti, sapori e tradizioni vivendo in un'atmosfera..... Barocca
A Ragusa sono notevolmente importanti gli allevamenti zootecnici, le produzioni dei diversi cereali - in particolare il frumento – e di legumi. Di conseguenza la gastronomia del posto si avvale di queste ricchezze: ricotte, mozzarelle, provole, caciocavallo (fresco, semistagionato e stagionato) che diventano golosità irripetibili. Nei numerosi ristoranti di città trovi di tutto; se vuoi assaggiare specialità locali, prenota prima, vedrai che ti accontentano. Tra queste i “ravioli di ricotta” (o i tradizionali gnucchìtti) al ragù di maiale; il maccu di fave secche all’aroma di finocchietto selvatico; la pasta “alla pecorara” (cipolla e dadetti di patate soffritti, fatti finire di cuocere annegati nel latte ed infine arricchiti con abbondante pecorino). Per le carni hai ampia scelta: salsiccia cotta in ogni modo; ‘mpanata di agnello; gallina ripiena (tradizionale per la festa patronale); e la dimenticata trippa alla ragusana (assomiglia ad una parmigiana di melanzane con strati di trippa). E se vieni a Pasqua troverai lo sfogghiu (delicata millefoglie farcita con ricotta e salsiccia); ed i turcinuna (budelline ovine cotte in tegame). Da fine estate a primavera trovi ovunque le lumache (i ragusani ne vanno matti) preparate in vario modo. Ricca la rosticceria; potrai toglierti tutti gli sfizi assaggiando ogni cosa, arancine, ‘mpanate e scacce (tra queste ultime, eccelsa su tutte la scaccia di pitrusino (di solo prezzemolo). Se vuoi mangiare pesce fai un salto a Marina di Ragusa, vero tempio dei doni di Nettuno. Due sono le vere, antiche specialità dolciarie di Ragusa: le “crespelle di riso”, affogate nel miele di satra (timo selvatico che cresce solo in questa provincia) ed i mucatilli (biscotti farciti con frutta secca). Naturalmente, nelle pasticcerie, troverai tanti altri dolciumi che si distinguono per finezza: torte alla frutta ed agli agrumi (degusta, ad occhi chiusi, la torta al mandarino); cannoli di ricotta al pistacchio; biscotti di mandorla; e “cassate alla siciliana” , tra le migliori dell’isola. In nostro breve itinerario gastronomico prosegue "toccando" i più significativi giacimenti golosi presenti nella provincia Iblea. ACATE Ad Acate, dal piazzale del Castello (l’unico, vero castello antico dell’area) , potrai dall’alto ammirare le più estese colture di uve da vino e da tavola di tutto il ragusano. I territori dell’acatese sono ancora tra i pochi che consentono piccoli allevamenti di pecore; negli ovili assaggia sul posto – al mattino presto – la migliore ricotta del mondo, quella di pecora, ancor calda ed annega nel “siero”; e chiedi al pastore (con insistenza perché geloso) una “pezza” di tuma o di pecorino fresco che ti porterai dietro. Scendi nella vallata e troverai una cantina fornitissima di ottimi vini. Non potrai fermarti né a colazione né a pranzo (in paese mancano ristoranti e trattorie): un peccato perché, tra le specialità di “casa”, avresti potuto assaggiare la pasta con la zucca “lunga”, rossa di pomodoro (pasta ca cucùzza); l’agnello (o castrato) “alla cacciatora”. Nelle famiglie è ancora viva la tradizione di preparare la dolce mostarda d’uva (mustàta), ed anche, oggi più rara, la mostarda di fichidindia (mustàta di ficurignia). Informati, discreto, e ti indicheranno la casa dove qualcuno vende capuliàtu (pomodoro secco tritato) e stràttu (concentrato di pomodoro): fanne incetta, sono i migliori di tutta la provincia. CHIARAMONTE GULFI Da Acate prosegui – attraverso la S.P. 3 – per Chiaramonte Gulfi: per strada troverai diverse Aziende Vinicole dove sarà gradita la tua visita (ti offriranno senz’altro assaggi di preziosi vini). Vedrai, man mano che sali, antichi oliveti che forniscono uno dei più raffinati oli di Sicilia: porta a casa alcune bottiglie di extra vergine per quando – lontano – vorrai sentire il vero sapore dell’olio. Nell’area operano alcune aziende conserviere che riescono ad imprigionare – sott’olio – sapori irripetibili: ciàppi (pomodori spaccati e seccati al sole); capuliàtu; stràttu (estratto di pomodoro); olive bianche e nere cunsàti (condite) in ogni modo; melanzane “spaghetti” (tagliate cioè a strisce sottilissime); ed altro ben di Dio. Li trovo anche nella mia città, potrai dirmi; e io ti rispondo, fanne scorta e poi fai il confronto. In città acquista ottimi insaccati (salami; “supprissata”; salsiccia secca e fresca); e fermati a pranzo per assaggiare le specialità del luogo. Qui si “magnifica” il porco, cucinato in tutti i modi: ti consiglio il riso al ragù di maiale; le costate ripiene (cuòsti chini); ed un rapido assaggio di jilatina (muscoli, piedini e musetto di maiale ricoperti di gelatina). Se sarai fortunato – secondo stagione – potrai degustare i funghi “pinaroli” (funci di pinu) raccolti nella meravigliosa pineta che circonda il paese. Per il dessert ordina budini che portano il nome di jelu (gelo) di limone; o di cannella; od, in mancanza, un biancumanciari, budino al latte di mandorla. COMISO Città antichissima dove – alla fonte di Diana – si celebrava un particolare “giudizio di Dio”: i mariti sospettosi vi portavano le mogli e facevano mescolare le acque al vino; solo se i due liquidi rimanevano separati, la donna era considerata fedele. A parte il vino, che si continua a produrre da tempo immemore, nella campagna fertilissima si coltivano ortaggi, frutta ed agrumi tra i migliori. Fermandoti a pranzo o a cena, ordina la pasta alla “carrettiera” (la vera: ossia con aglio crudo grattugiato, pecorino grattugiato e peperoncino); oppure spaghetti con la ricotta fresca, ridotta a crema; se invece vuoi sapori più forti, chiedi gli spaghetti ca muddica (conditi con alici salate disciolte nell’olio caldo e finale nevicata di mollica di pane tostato). Nel periodo pasquale (puoi prenotarti, però, fuori tempo, in uno dei diversi ristoranti del posto) troverai i pastièri, cilindretti di pasta aperti in alto, farciti con fegatini di agnello e uova, e cotti al forno. Pur non paese di mare, a Comiso cucinano una specialità marinara: le “sarde con la lattuga” (sarde fresche spinate, alternate a strati con tenere foglie di lattuga, cotte in tegame). Numerosi i dolci: alcune pasticcerie locali ti offrono una vasta gamma di specialità che meritano – tutte – ripetuti assaggi. Prova, se non altro per curiosità, i viscòtta scauràti (biscotti prima bolliti e poi cotti al forno); gli offùca- parrini, i classici strangolapreti; ma entrambi, per meglio apprezzarli, abbisognano dell’aiuto di un buon moscato. Se hai ancora i denti buoni, sgranocchia i pasti fuòrti (detti anche ossa di muòrti che la pasticceria ufficiale classifica col nome di “pasta garofalata”). GIARRATANA Principale attività è l’agricoltura, con particolare produzione di cereali e ortaggi in pieno campo. Tra questi ultimi emerge la cipùdda (cipolla) bianca che meriterebbe la denominazione di tipicità: è infatti nota anche fuori provincia, per le sue notevoli dimensioni, ma soprattutto per la sapidità, dolcezza e gusto (in agosto si tiene la sua “sagra”). Anche qui scarsi i posti di ristorazione. E dire che di specialità gastronomiche qui si sciala. Eccone alcune. Pani frittu cu l’ova (bocconi di pane raffermo, ammorbiditi con acqua, fritti e quindi incamiciati con uova battute e formaggio); i pisci di terra (finocchi spaccati, simili a pesci, che – lessati, passati in uovo e pangrattato – vengono fritti in olio); i “carciofi ripieni” (aglio, prezzemolo, alici salate, pangrattato ed olio); ancora le insuperabili mulinciàni chini (melanzane fusiformi, nella cui buccia si praticano incisioni verticali nelle quali si inseriscono aglio e pezzetti di caciocavallo). Insuperabili le zuppe di favi pizzicàti (fave secche lessate con la buccia) e di casulino (il classico fagiolino dall’occhio o dolico) conditi naturalmente con olio crudo e peperoncino. Per una sorte del destino, a Giarratana, si produce ancora qualcosa di “bianco”, il turrùni, un torrone veramente notevole per il candore, la morbidezza ed il sapore: portane a casa in quantità, perché costa poco, dura molto e ti darà letizia nelle nebbiose serate della tua terra. ISPICA Prevalente l’attività agricola: nel suo territorio si producono enormi quantità di carote considerate tra le migliori italiane per via del loro profumo ed incisivo sapore. Ed ancora ad Ispica si hanno i più notevoli conferimenti di carrube, che un tempo venivano utilizzate come foraggio per gli animali ma che oggi – trasformate in farina – costituiscono un eccellente prodotto di pasticceria. Di recente nelle - campagne – sono state introdotte colture di una particolare varietà di anguria che ha dato eccellenti risultati non tanto per volume quanto per sapore e profumo. In loco si ha una delle più moderne industrie di inscatolamento del pomodoro: ti consiglio, caro amico, di acquistare diverso scatolame (“pezzettoni” e “passate”) perché di ugual sapore non li troverai altrove. Non di grande risonanza i ristoranti del posto, ma potrai fermarti, per un frugale quanto soddisfacente pasto, chiedendo le specialità del luogo: cavati (gnocchetti di pasta fatta in casa) con melanzana fritta e ricotta; quindi pomodori al forno gratinati; pipi chini peperoni ripieni in diverse versioni, tra le quali anche farciti con carne trita); e gli eccellenti prodotti di rosticceria che gareggiano – per bontà – con quelli dei comuni viciniori. Assaggia il pane “di casa”: se cerchi bene, troverai quello preparato ancora con il lievito di pasta acida (specifica, nel chiedere: è fatto col criscènti?). Nessuna specialità dolciaria di rilievo, a meno che non trovi ancora qualcuno che ti prepari i mustazzola, morbidi biscotti di farina impastata col vincotto, passati al forno e cosparsi di miele e diavolina. MODICA Eccoti nella nobile città del barocco, che gareggia con Ragusa per il suo splendore. Nella campagna si producono cereali, carrube e soprattutto legumi, tra i quali – fanne scorta – le nominate fave cucìvoli (ossia morbide alla cottura, sai dentro che fuori). Fermati a pranzo in qualche ristorante, dove ordinerai la classica pasta o furnu a Muricana, che fa da primo e da secondo per ricchezza; spezzatino di bue con patate (il sugo profumato lo si deve all’impiego di estratto di pomodoro); salsicce alla brace con contorno di ‘nsalata di partuàlla (insalata di arance, od in alternativa insalata di pomodori e cipolla. Ma a cena vai in quelle trattorie familiari note come dammùsi: qui ordina zuppe di legumi (pasta coi ceci o soltanto ceci in zuppa; fave con agghiti (ossia le gitelle); e quindi dacci sotto con tutta la serie di scacce (focacce piatte, sempre farcite di verdure), e di ‘mpanate (le distingui dalle prime perché rotonde e spesse: il ripieno può essere di verdure, ma anche di carne o pesce). Ma non puoi andar via da Modica senza aver fatto visita ad alcuni “santuari” dolciari dove troverai specialità antiche, ed uniche (d’obbligo dovrai portarle via, tanto la tua auto è ancor vuota). Acquista ‘mpanatigghi (ravioli dolci farciti con carne trita, cioccolata, zucchero ed aromi); la “cioccolata di Modica” (magra, granulosa, all’aroma di cannella e vaniglia); cutugnàta (marmellata asciutta di cotogne); citrata o aranciata (bucce dei rispettivi frutti, ridotte a fiammifero e cotte nel miele fino a durezza); ed ancora la cubbàita (suo sinonimo giuggiulèna) croccante di semi di sesamo cotti nel miele. Non potendoli portare via, assaggia sul posto i ‘nfrigghiulàti (polpettine di ricotta, uova, zucchero e farina, fritte nell’olio e bagnate nel miele); e quanto altro ti ispira per forma, profumo, gusto. MONTEROSSO ALMO Qui vedi tutto blu (il cielo) e tutto verde (la campagna) e godi muti silenzi percorrendo le stradine strette del centro. Acquista nei negozietti cereali e legumi da consumare poi a casa tua, nelle serate invernali. Per conservare il ricordo di questa silente cittadina, assaggia il pane cunsàtu (condito) in una qualunque salsamenteria: qui ti producono il pane più saporito di tutta la provincia, che diventa esaltante se, ancor caldo, viene inzuppato con olio, aromatizzato con origano ed arrubbinato con capuliàtu. Se per caso dovessero invitarti in qualche casa, sfacciatamente chiedi l’assaggio della polenta di ciciruòcculu (cicerchia), ormai rara e quasi del tutto sconosciuta alle nuove generazioni. Se non ne dispongono, chiedi che almeno ti preparino il pastizzu di ricotta (involucro di pasta contenente maccheroni conditi con abbondante ricotta e salsiccia da passare al forno) e, visto che hanno acceso il forno, per non dare altro disturbo, qualche rocchio di sausìzza arrustùta nna cìnniri (salsiccia arrostita nella cenere caldissima). Fai scorta, non dimenticarlo, degli eccellenti mieli di zagara, di satra (timo selvatico), millefiori, e di fichidindia: un cucchiaio ogni mattina ti darà energia “solare” ed il ricordo quotidiano del tuo viaggio nel ragusano. POZZALLO Eccoti ora in una città di mare, che vive del mare:nel suo porto affluisce una numerosa flotta di pescherecci che giornalmente alimenta diversi mercati interprovinciali. Hai ora la fortuna di poter mangiare pesce appena pescato: chiedi come primi piatti, la pasta cu nìuru dé sicci (al nero di seppia); oppure la pasta co masculìnu (varietà di alici a forma di siluro cotti con pomodoro e cipolla); od ancora, se ami i gusti forti, la pasta con la buttàrica (bottarga). Ed a proposito di bottarga, acquistane un pezzo nelle pescherie (che sia spessa, ed al taglio morbida e rosea) se vorrai gustarla a fette; se dovesse poi indurire, basterà grattugiarla per condire, appunto, spaghetti con olio. Mentre ti trovi lì, compra qualche lattina di sarde salate (all’apertura del coperchio avverti un profumo ineguagliabile che stimola l’appetito); e se lo trovi, anche qualche pezzo di tonno salato (anche questo prodotto in loco) per arricchire le frittelle. Per tua conoscenza esistono a Pozzallo – oltre ai marinai – anche i “terragni”: nelle loro campagne producono cereali, ortaggi, olio e carrube. Le paste asciutte alla salsa di pomodoro sono tra le migliori (per qualità della materia prima ma anche per maestria delle cuoche); e si assaggiano paste al forno ricchissime di mortadella, formaggio e soprattutto di uova (dentro e sopra). A tempo di aratura trovi i cipuddùzzi (i lampascioni ) che qui sanno egregiamente preparare in agrodolce. Non è raro trovare gallinelle e galletti di primo canto: se hai fortuna, la specialità del posto è quella di cucinarli in tegame in umido bianco. Ottimi tutti i biscotti alle mandorle (eccellenti i viscotta rizzi): prendili, perché si conservano a lungo (ma, conoscendo la tua golosità, non credo avranno vita lunga). SANTA CROCE CAMERINA Piccola cittadina vicinissima al mare ma che vive di agricoltura specializzata: grandi quantità di primizie qui prodotte, si riversano sui mercati non solo interprovinciali ma anche del settentrione. Sopravvivono piccoli allevamenti di bestiame che forniscono formaggio pecorino e provole dal buon sapore. Se visiti Santa Croce l’ultimo giorno della tua permanenza in terra iblea, carica zucchine appena raccolte; peperoni variopinti: teneri e profumati cetrioli; qualche curiosissima “zucchina lunga” (appena bollita ti rinfrescherà lo stomaco); ma soprattutto i pomodori “ciliegini” che vendono anche a grappoli: appesi nella cucina della tua città nebbiosa, al illumineranno; resistono a lungo, e potrai così coglierli man mano, per dare anima ai tuoi minestroni od a scipiti brodetti. Assaggia, se puoi, le telline ancor roride di acqua di mare; ed i ricci pieni di uova dal vivido colore arancio. Per carni ti consiglio l’agnello aggrassàtu (agglassato) con patate, ricco di formaggio; e, se hai fortuna, le testine di agnello alla brace. Visita i forni ed i biscottifici locali: rimarrai sorpreso per la fantasiosa e ricchissima loro varietà. Ma dovrai venire il 19 marzo, per la festa di San Giuseppe, se vorrai ammirare le famose “cene”, dove, tra le mille cose, troneggiano pani speciali, simili a lavori di filigrana. SCICLI Inizia qui il tuo pranzo con assaggi di caciocavallo fresco e semistagionato; e quindi con olive condite (lucide d’olio vergine, all’aroma di menta, aglio crudo e peperoncino). Per primo piatto fatti dare la pasta ‘ncasciata (ossia in cassa, al forno); oppure il riso con la zucca d’inverno (coronata, nel piatto, da qualche cucchiaio di ricotta fresca). Scegli, tra le carni, le delicate polpette di puro maiale, ingentilite da graniglia di mandorle tostate. Secondo stagione potrai assaggiare diversi tipi di frittate: con patate preventivamente fritte, con la cipolla fritta, con le fave verdi, ed ancora, insuperabile, con freschissima ricotta. Ma non dimenticare i legumi: qui si cucinano, al meglio, le lenticchie e i ceci: il segreto? L’aggiunto “fischietto” (le costine scarnificate del maiale). Per tutto l’inverno, e fino a primavera inoltrata, avrai modo di gustare gli asparagi selvatici, del tutto diversi per forma, ma soprattutto per gusto, dagli asparagi comuni. La cuccìa (frumento lessato), per devozione, la si prepara ovunque il 13 dicembre per la festa di Santa Lucia: ma se ordini in tempo, almeno 24 ore prima, te la preparano (potrai farla condire, a scelta, con crema di ricotta; oppure con vincotto; od ancora con miele fuso). In ogni caso da Scicli andrai via con la bocca dolce, assaggiando un qualsiasi gelato preparato magistralmente in quasi tutte le pasticcerie e bar. VITTORIA Qui devi obbligatoriamente fermarti, almeno un giorno: basterebbe, a giustificazione, la vista dell’alba del mercato ortofrutticolo, tra i più grandi del meridione, da dove parte il 25% dell’ortofrutta che si consuma in campo nazionale. Ricchi gli agrumeti ed eccezionali i vigneti. Tra le specialità la pasta con la cucuzza fritta (zucchina fritta) e gli spaghetti con salsa di pomodoro coperti da fette di melanzane fritte sormontate da ciuffi di basilico riccio. Tra le carni scegli il fegato di maiale “nella rete”, all’aroma di alloro e cipolla (non importa se fritto o cotto sulla brace); ed in tempo di caccia il coniglio o stimpirata (intingolo dove guazzano capperi, dadetti di sedano, olive). Nessuna difficoltà per quanto riguarda i pesci, di tutti i tipi, ed in particolare se vai a Scoglitti. Se ti fermi in città scegli la tunnina fritta (tonno fritto all’origano); la ‘mpanata di palùmmu (di palombo); il baccalà con patate e olive nere. Se hai fortuna, ma soprattutto se arrivi nei mesi giusti – qui troverai una serie di verdure selvatiche che non hanno riscontro altrove e con sapori – per te – del tutto nuovi: chiedi (senza traduzione) vurràni, raricèddi, sanacciòla, sanapùni, che ti porteranno semplicemente lessate, ben strizzate e generosamente condite con olio crudo e peperoncino. Per San Martino – immancabili ovunque – le frittelle con pezzetti di tonno salato e finocchietto (le stesse frittelle, stavolta dolci e al miele, per San Giuseppe). Ed a proposito di dolci per te due assolute primizie: assaggia i cruddurèddi (lavagnette bollite nel mosto cotto ed arricchite con mandorle trite), tipici della vendemmia; ed i biscotti di farina di carrube, di recente invenzione.
Si ringrazia;
PICCOLA GUIDA ENOGASTRONOMICA DI RAGUSA E DELLA SUA PROVINCIA A cura di Giuseppe Coria
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